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Cuori Realisti una recensione

"Cuori realisti", performed by Temenos teatro
Gonzaga, 24 febbraio 2007

Grazie di avermi guarito dalla mia ridicola ossessione per l'amore Moulin Rouge


E' un pensiero critico perfettamente disincantato, forse amaro e disperato quello che presiede alla scena e al gesto dei Temenos.
Se l'utopia socialista, coi suoi inni, i suoi simboli, la sua "maniera", è stata il sogno e insieme il programma di guarire gli uomini dalla cupiditas naturalis, vale a dire di attenuare in ognuno di noi gli spiriti animali per convertirli nell'etica del soccorso reciproco e nell'imperativo dell'uguaglianza sociale, oggi dobbiamo certificare che questa prospettiva politica è definitivamente tramontata e rimane viva soltanto come memoria nostalgica, attestata dalle icone del neorealismo, proiettate sullo schermo e mimate dagli attori in bellissimi e struggenti tableaux vivant. Tra un quadro e l'altro (tratti dalla Galleria del Premio Suzzara) scorrono le immagini notturne di lupi famelici, occupati a dilaniare e divorare, a conferma dell'eterna attualità della formula hobbesiana, che vuole l'uomo lupo all'uomo.

Temenos mette in scena la caduta dell'ideale (Il gabbiano), che diventa ideologia, e l'ideologia sistema e il sistema kitsch (vuoto trionfalismo del socialismo reale, monumentale menzogna, enfatica e falsa propaganda). Da Čechov a Brecht a Kundera si consuma la parabola del XX secolo, mentre affonda il millenarismo comunista, progetto di emancipazione rivelatosi illusorio e omicida, caduto il quale restiamo testimoni attoniti e disarmati del dilagare di un edonismo cretino, di un narcisismo plebeo, di un egoismo rapace, incapaci come siamo di immaginare il rinnovamento dei nostri cuori e la trasformazione del mondo in cui viviamo.
Nella scena conclusiva l'utopia decade a comfort balneare: uomini e donne dalla testa di lupo si muovono pigramente su una spiaggia assolata, si adagiano sui loro teli da mare, istupiditi dal sole e dal ritmo elementare della più idiota tra le canzonette prodotte negli ultimi decenni. Sono loro, adesso, gli affidatari dei cuori rossi del titolo, feticci di carta crespa, patetici residui di una filosofia della storia che un tempo osò annunciare la disalienazione dell'uomo e oggi appare ridotta a miserabile bigiotteria.

Patrizio Guandalini